Dal Samsara alle discoteche del futuro


C’è un momento in ogni percorso imprenditoriale, tra cui nel mio, in cui ci si rende conto che ciò che si è costruito, pur avendo funzionato non è sempre sufficiente ma bisogna puntare ad evolversi e a cambiare per essere sempre a passo con i tempi e con le persone. Questo difatti è un momento in cui non basta più replicare modelli collaudati ma diventa necessario rimettersi in discussione su tutto: le strutture, i linguaggi, scrivere le priorità. Ma non perché queste cose non vadano bene..ma per trovare una nuova chiave bisogna gettare quella di ieri e renderla più efficace, senza dimenticare. Ma su cosa è meglio investire?


Negli ultimi anni, anziché continuare a chiedermi cosa potesse funzionare per attirare più pubblico o per consolidare quanto già ottenuto ho invece cominciato a riflettere su cosa potesse servire davvero alle persone o al senso di “intrattenimento “, ed è proprio da questa riflessione che ha preso forma una nuova direzione che, non nasce da un’urgenza commerciale ma da un’esigenza culturale di cambiamento continuo nel clubbing pugliese e salentino e che ho cercato di attuare negli anni priorio nei miei momenti di stop invernale.


Quando ho fondato il Samsara ero tanto spinto dal desiderio di rompere le barriere tra palco e pubblico portando la musica fuori dai club tradizionali e trasformando la spiaggia in un punto di incontro tra esperienze e varie generazioni. Se quel luogo è diventato un simbolo, non lo è stato solo per la forza dell’immagine o per la scelta musicale ma perché è riuscito a proporre un modello di intrattenimento in cui il party non era semplicemente un momento da vivere ma bensì un linguaggio da condividere e lo sappiamo infatti, il Samsara ha un linguaggio a parte. Il Samsara riscopre le esigenze e si lascia trasportare dagli eventi e dalla corrente restando sempre e comunque una grande cultura. Eppure il mondo attorno si trasformava e noi abbiamo iniziato a fare lo stesso. Ora l’esperienza non si consuma più soltanto nel momento in cui accade ma si prolunga e si amplifica attraverso i contenuti digitali, le interazioni online e narrative che le persone costruiscono attorno a ciò che vivono. Di fronte a un pubblico che si muove tra reale e digitale con disinvoltura, non possiamo permetterci di restare immobili e lasciarci scappare le opportunità. Anche l’intelligenza artificiale, come dicevo sui miei social, è una grande opportunità. Tutto può diventare un film.

È con questa consapevolezza di rinnovamento che è nato anche Vega. Volevo costruire un luogo che non si esaurisse, ma che fosse in grado di esistere anche al di fuori dell’evento e dare casa al “Martedì del Villaggio”. Pertanto difatti quest’anno volevo una discoteca che fosse anche una piattaforma, in cui la tecnologia non servisse semplicemente ad aggiungere spettacolarità ma a strutturare un racconto nello spazio, dove il limite è lontano e prevale la fantasia moderna. Ogni effetto, ogni LED, ogni visual, ogni telecamera è pensata per creare continuità tra ciò che accade nel club e ciò che il pubblico vive online. Abbiamo progettato un format in grado di produrre contenuti prima, durante e dopo l’evento, in modo che l’esperienza non si esaurisca, ma si moltiplichi (specialmente al Vega nel Martedì del Villaggio dove le luci sono le nostre fonti vitali ù che brillano anche sui braccialetti di ogni partecipante).


Vi avevo detto che avrei fatto qualcosa per voi quest’anno: ho scelto di farlo guardando al futuro.
Per me personalmente fare impresa non significa restare all’interno delle stesse abitudini, anche quando sembrano funzionare ma significa avere il coraggio di rompere gli schemi anche quando le risposte sono ancora parziali.

Il futuro, per come lo immagino io, non si aspetta e non si subisce ma costruisce giorno per giorno attraverso le scelte che facciamo, attraverso chi decidiamo di essere e rappresentare, attraverso gli investimenti che decidiamo di non rimandare, le idee che scegliamo di difendere anche quando sono controcorrente. E se vogliamo che le discoteche restino luoghi centrali nel tessuto culturale, dobbiamo smettere di pensarle come semplici contenitori da riempire e iniziare a progettarle come ecosistemi dinamici per il futuro: capaci di evolversi, di raccontare ciò che siamo e soprattutto di immaginare ciò che potremmo diventare.


Arrivati fin qui vi posso assicurare che non ho tutte le risposte. Ma una cosa la so: chi non cambia, si spegne e io, semplicemente, non ho mai avuto intenzione di spegnermi.

fimra david cicchella

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